Qualche giorno fa, sui marciapiedi della mia zona, è comparsa una curiosa scritta.
Ciò che mi ha immediatamente colpito sta nell’ultima riga: due caratteri, <3, a rappresentare un cuore.
Simboli di questo tipo sono caratteristici della comunicazione elettronica e sono figli delle sue limitazioni: un set di caratteri ridotto e una struttura tutto sommato rigida. Queste costrizioni hanno portato, nel tempo, ad unire simboli basilari quali parentesi e segni di interpunzione per rappresentarne altri più complessi, che vanno dal semplice smiley alla più intricata ASCII art.
Ci si aspetterebbe che, liberi dalle limitazioni del formato elettronico, questi espedienti non fossero più necessari. Eppure qualcuno, pur nella libertà concessa da una bomboletta di vernice sull’asfalto, ha pensato comunque di ridursi ai caratteri ASCII per veicolare il suo messaggio.
La cosa mi ha lasciato perplesso, finché non ho realizzato che anche io, nei miei rari messaggi scritti con carta e penna, sono spesso tentato di utilizzare le faccine tipiche dei messaggi digitali. Non è quindi una questione di limitazioni imposte dal medium utilizzato: ormai, per me, quelle faccine hanno un ben preciso significato. E lo stesso vale per quel cuore stilizzato sull’asfalto.
Quella che era nata come approssimazione di un simbolo è diventata simbolo a sua volta.
Droplr è un’applicazione Mac per caricare e condividere file online. Una sorta di ibrido tra Dropbox, Imageshack e un URL shortener tipo bit.ly. Non supporta solamente immagini, ma al momento concentriamoci su questa funzione.
Per ogni immagine caricata, Droplr crea un URL tipo http://drp.ly/cBOcd. Questo indirizzo tuttavia porta ad una pagina che contiene l’immagine, non all’immagine stessa, il che è un problema quando si vuole fare l’embedding dell’immagine.
Una breve ricerca con Google mi ha svelato la soluzione, che mi appunto qua per riferimento futuro: basta aggiungere un “+” alla fine dell’URL per ottenere un redirect automatico all’immagine. Provare per credere: http://drp.ly/cBOcd+.
Ispirato dalla versione Facebook del Signore degli Anelli ad opera di CollegeHumor, la mia libera interpretazione della Genesi ;)
(Cliccate sull’immagine per vederla in formato più leggibile).
Personalmente, per valutare la qualità di un libro, uso la scala emmeuno (simbolo: M1).
E’ una semplice scala lineare, la cui misura campione è conservata nel sottosuolo di Milano.
La misurazione tramite M1 è molto facile: basta leggere un libro in metropolitana e verificare a quante fermate dall’arrivo ci si accorge di dover scendere.
I libri migliori si attestano su 1 o 2 emmeuni. Un libro particolarmente avvincente potrebbe anche arrivare a -1 emmeuni (“pork! dovevo scendere!”).
In questo periodo sto leggendo Nation, il (pen)ultimo di Pratchett: nella mia scala emmeunica soggettiva è un Precotto, potenzialmente un Villa San Giovanni.
Eccomi di nuovo a parlare di Skype per OS X. La versione 2.8 ha introdotto i mood messages – una sorta di messaggi di stato come quelli su Facebook – che trovo inutili e fastidiosi.
Ci sono vari modi per disabilitare questa feature (disabilitare le notifiche per quella specifica chat, marcare tutti i messaggi come già letti…). Il migliore è quello che mi hanno suggerito da Skype tramite Twitter (ottimo presidio degli strumenti 2.0, tra parentesi).
Basta disabilitare il checkbox di fianco a “Enable Mood Message Chat” e i mood message smetteranno di infastidirci ;)
Ho appena aggiornato Skype per Mac OS X alla versione 2.8 (2.8.0.722, per la precisione).
Dopo aver riavviato, sono stato piacevolmente accolto da un messaggio di errore che diceva “unable to mount database”.
La soluzione è molto semplice e non provoca la perdita di nessun dato importante (tipo la history o il profilo, che alcuni incauti suggerimenti costringono a cancellare): eliminare il seguente file di lock:
Mi è capitato recentemente di voler inserire un certo libro su aNobii. Non mi era mai capitato prima (tutto ciò che cercavo era sempre già presente nel catalogo) ed è stata una fatica immane trovare la form giusta.
Il mondo della traduzione linguistica mi ha sempre affascinato. Da quando ho letto Le Ton Beau de Marot di Hofstadter, poi, ho deciso che avrei dovuto trovare qualche modo per mettermi alla prova.
Un’ottima occasione è arrivata dal TED Open Translation Project, che si affida alla comunità per produrre sottotitoli multilingua dei i video della conferenza (non serve che vi spieghi cos’è TED, vero? ;)).
Questo è il primo video che ho tradotto (attivate i sottotitoli in italiano). Fatemi sapere che ve ne pare ;)