Mentre sono in metropolitana per andare a tornare dal lavoro di solito leggo, in modo da passare il tempo (tra parentesi, i libri di Pratchett hanno il formato perfetto per essere letti sui mezzi ;)).
Di settimana in settimana, ho sviluppato un discreto sesto senso per le varie fermate, in modo da non dovermi distrarre dal libro finché non sono arrivato a destinazione.
L’altro giorno ho incontrato nella stazione di partenza una persona che conoscevo, quindi ho chiacchierato per un po’ di fermate ed ho iniziato a leggere solo a metà del viaggio. Ovviamente, una volta arrivato a destinazione, il mio sesto senso di lettore non mi ha avvisato e solo per un pelo sono riuscito a scendere in tempo, agguantando libro e zaino e lanciandomi fuori dal vagone. L’abitudine stava per fregarmi.
Ci sono altre occasioni in cui le abitudini possono avere un impatto negativo sulla vita. A volte sono piccole cose (quando ho cambiato posto a spazzolino e dentifricio sono andato avanti per tre mesi ad aprire l’armadietto in cui erano prima), altre volte sono ostacoli insormontabili (spesso rifuggiamo i cambiamenti, anche quando sono necessari, per non doverci privare del nostro guscio protettivo di abitudini), altre volte sono un qualcosa di invisibile e sottile, che sottrae alla nostra attenzione mille particolari del mondo che ci circonda (quante volte si percorre una strada ben nota praticamente senza accorgersi di farlo?).
Eppure, io penso che le abitudini siano necessarie. Non potremmo vivere senza: non ne avremmo il tempo e finiremmo per accumulare continuamente stress. Per fortuna però il nostro cervello è in grado di formare abitudini, di far sì che gesti continuamente ripetuti diventino man mano sempre più automatici, fin quasi al punto che siamo in grado di attuarli senza doverci pensare minimamente.
L’esecuzione musicale, tanto per fare un esempio, si basa pesantemente sull’abitudine ed i miglioramenti tecnici consistono fondamentalmente nell’esercitarsi su una certa abilità finché questa non diventa naturale, per poi passare all’abilità successiva. Ad esempio: senza l’abitudine, suonare la batteria richiederebbe un continuo sforzo cosciente per ricordarsi con che forza colpire le pelli, come si eseguono certe figure, dove stanno i vari pezzi del set, come si muovono le mani, le braccia, le gambe, i piedi, persino come si fa a stare seduti senza cadere e come si fa a respirare. La mente non è semplicemente in grado di gestire in modo cosciente tutti questi processi ed infatti si concentra solo sulle attività più complesse (o meno familiari), delegando tutto il resto alle abitudini.
Proprio perché l’abitudine agisce in maniera quasi inconscia, è difficile notarla, finché funziona. Finiamo per vederla solo quando siamo costretti a gettarci fuori dal treno in fretta e furia, dimenticando che è solo quello il meccanismo che ci ha permesso di leggere indisturbati fino a quel momento.