Archive for July, 2007

Pressapochismo

Friday, July 27th, 2007

Da tempo ormai ho deciso di bollare Corriere.it come totalmente inaffidabile, quando parla di tecnologia. L’approccio all’argomento pecca infatti non solo di uno stile poco moderno – e passi – ma anche di un pressapochismo totale, che ai miei occhi di idealista dovrebbe essere incompatibile con il mestiere del giornalista.

L’ultima della serie è la notizia di una (presunta) migrazione di Google ad uno schema di colori basato sul nero, per risparmiare l’energia necessaria a mostrare sui monitor il colore bianco: Google si fa nero per l’ambiente. Vediamo cosa non va:

  • Il titolo è completamente fuorviante: Google non ha fatto un bel niente (e probabilmente mai lo farà).
  • L’articolo è autocontraddittorio: in chiusura (ma solo in chiusura) cita infatti il dato più importante, ovvero che il risparmio è praticamente nullo con i moderni monitor LCD.
  • La notizia era già stata trattata tre giorni fa, con la consueta professionalità, da Paolo Attivissimo. Un dubbio sull’opportunità di pubblicare una notizia così pressapochista sarebbe dovuto venire…
  • Il corriere linka (miracolo!) il post del blog che ha fatto partire l’iniziativa (pro) ma “dimentica” di linkare – pur citandoli – gli articoli del Wall Street Journal che la smontano, al pari del post di Attivissimo (contro).
  • La frase “Non è quindi un progetto ideato né realizzato a Mountain View ma fa parte delle tante collaborazioni che Google ha stretto con numerosi partner per lo sviluppo di soluzioni compatibili.” è – a quanto mi risulta – un’affermazione falsa: portavoce di Google hanno fatto presente che non sono affiliati in alcun modo con i realizzatori dell’iniziativa.

Un kilo di zucchero

Tuesday, July 24th, 2007

Ma solo a me la nuova canzone di Zucchero (Un kilo) sembra una versione leggermente velocizzata di The Seed dei The Roots?

PS: un kilo di zucchero… ma chi glie le suggerisce certe battute? -_-

Il percorso di minima resistenza

Sunday, July 22nd, 2007

Inizialmente, quello che pensavo di scrivere era un post sull’apprendimento e sul percorso di minima resistenza. Riflettendo sullo studio della batteria, mi era venuto in mente come – normalmente – quando decidiamo di intraprendere qualche azione cerchiamo di imboccare il percorso di minima resistenza.
Suonando, ad esempio, utilizziamo quasi sempre le tecniche, i tempi ed i ritmi che conosciamo bene, minimizzando in questo modo lo sforzo richiesto dall’azione. D’altra parte però – ho pensato – i miglioramenti più consistenti vengono quando ci si mette alla prova su qualcosa di mai tentato prima, andando in questo modo consapevolmente incontro ad una resistenza. In questa ottica, quindi, il cammino di minima resistenza porta fondamentalmente all’immobilismo e andrebbe di conseguenza evitato quando possibile.

Mentre cercavo su internet una definizione formale del concetto di minima resistenza, mi sono imbattuto in vari scritti che – parlando tra l’altro di Tao e filosofia orientale – mi hanno fatto sorgere qualche dubbio. Forse il percorso di minima resistenza non è ciò che pensavo io.

Se versiamo dell’acqua su un piano inclinato, questa scorrerà via seguendo la strada che offre minore resistenza. Se costruiamo un circuito elettrico, la corrente seguirà il principio della minima resistenza. Se apriamo due finestre dai lati opposti di una stanza il vento entrerà a far volare via tutto, perché quella è la via che offre la resistenza minore.

E un essere umano che seguisse il principio di minima resistenza, cosa farebbe? E’ probabile che il nostro intuito ci suggerisca come unica soluzione l’immobilismo: visto che molte delle cose che facciamo ci sembrano faticose, viene da pensare che si incontri la minore resistenza non facendo nulla.
Eppure, l’acqua su un piano inclinato sta forse immobile in una pozza? La corrente smette di fluire? Il vento smette di soffiare?
Tutto il contrario: il loro moto naturale prosegue proprio perché seguono il percorso con la minima resistenza.

L’immobilismo (o l’ozio, se preferite) è una soluzione facile solo in apparenza: stare fermi in mezzo ad una folla in movimento è tanto difficile quanto lo è il cercare di correre più veloce della folla o andare in direzione opposta. Il percorso di minima resistenza in questo caso significa fluire con gli eventi, con il mondo, con quello che ci circonda.

Ora mi accorgo di essere andato troppo sull’astratto. Torniamo al punto di partenza: perché lo studio di nuovi esercizi sulla batteria – studio che senza dubbio non è facile – rappresenta in realtà un cammino a bassa resistenza? La risposta era estremamente semplice, tanto che non l’avevo neanche vista, inizialmente: gli esercizi, per quanto ripetitivi e a volte frustranti, erano comunque fonte di soddisfazione. Insomma, la realtà è che li facevo per piacere, altrimenti li avrei direttamente evitati.

A volte basta un piccolo cambio di prospettiva per scoprire cose inaspettate.

Generations

Tuesday, July 17th, 2007

In case you’re worried about what’s going to become of the younger generation, it’s going to grow up and start worrying about the younger generation.

Roger Allen

Questa frase vista oggi per caso in rete risuona intensamente con una sensazione che da sempre mi accompagna: quella che tutto sommato ogni generazione sia più o meno uguale a tutte le altre. Tutti sognano di cambiare il mondo e poi finiscono per limitarsi a guardare i più giovani mentre tentano di farlo. Tutti si scontrano con la famiglia, con gli adulti, con il loro modo di pensare così incredibilmente assurdo, salvo poi ritrovarsi qualche anno dopo a pensare nel loro stesso modo, a condividere la medesima incapacità di capire le “nuove” generazioni.

La cosa più interessante – penso – è come sia possibile che le nostre convinzioni mutino in maniera spesso radicale, man mano che passa il tempo. Come la scala di ciò che è importante nella vita si modifichi anno dopo anno.
E come tutto questo, alla fin fine, ci sembri assolutamente normale. Avere idee che anni prima avremmo rifiutato sdegnosamente non sembra crearci particolari problemi: la lentezza del cambiamento ci fa accettare tutto, quasi senza che ce ne accorgiamo.

Abbiamo torto oggi? Avevamo torto allora? O forse ci siamo solo adattati alle situazioni, man mano che ci comparivano davanti

Think

Monday, July 16th, 2007

If you make people think they’re thinking, they’ll love you; But if you really make them think, they’ll hate you.

Don Marquis

Superare i limiti all’interazione

Tuesday, July 10th, 2007

Attraverso il blog di Bruce Schneier ho scoperto un breve saggio di Randy Farmer, che rivela un’interessantissima prospettiva sulla comunicazione e sulle comunità online.

Farmer lavora da anni nell’ambito dei mondi virtuali ed ha collaborato con molte compagnie, tra cui spicca la Disney. Ciò che rende la Disney particolarmente interessante, da questo punto di vista, è il fatto che i suoi prodotti si rivolgano a bambini: questo significa dover costruire barriere molto forti alla libertà dei giocatori, in nome della loro “sicurezza” (intesa in senso lato). Per dare una misura della situazione, basti citare lo standard che la Disney impone di seguire:

No kid will be harassed, even if they don’t know they are being harassed.

E’ chiaro che uno standard del genere rende molto ardua la creazione di una comunità online: come si può fornire un tipo di interazione che sia abbastanza restrittivo da soddisfare le esigenze della Disney? E’ chiaro che una normale chat non potrà mai andare bene per un prodotto con tali requisiti (dal momento che l’unica soluzione sarebbe una moderazione totale e continua: assolutamente irrealizzabile).

Il primo tentativo della Disney, in un prodotto chiamato KA-Worlds, si orientò verso la costruzione di un’interfaccia che permettesse di costruire frasi scegliendo solo tra parole attentamente selezionate. La soluzione ideale? Non proprio, dal momento che il primo tester – un ragazzino di 14 anni – in una manciata di minuti riuscì a comporre con il sistema una perla come “I want to stick my long-necked Giraffe up your fluffy white bunny”.

Il secondo tentativo (HercWorld, nel 1996) non vide mai la luce: vista l’esperienza di KA-Worlds fu comunque deciso di abbandonare totalmente la chat lasciando soltanto la possibilità di compiere azioni (innocue) e costruire/spostare oggetti. Come vedremo, l’idea tornerà in seguito.

Un altro tentativo – anche esso fallito dopo pochi mesi dal lancio – fu un mondo virtuale basato sul programma televisivo Zoog. In questo caso la soluzione adottata (e nominata ironicamente Chatless Chat) era un sistema di frasi precostituite e contestuali rispetto alle attività presenti nel mondo.

Questo ultimo concetto fu ripreso nel 2002, durante lo sviluppo del sistema SpeedChat per il mondo virtuale ToonTown. Il nuovo sistema prevedeva in prima istanza la specifica di un soggetto ed in seguito la selezione di una frase da un elenco basato sul soggetto e costruito automaticamente in base al contesto di gioco. Inoltre fu inserito un normale sistema di chat, accessibile però solo con un codice: in pratica l’idea era due bambini potessero entrare in chat solo dopo essersi scambiati di persona i propri codici segreti (che ovviamente non si potevano comunicare tramite SpeedChat).

Qualche tempo dopo il lancio, fu introdotta in ToonTown la feature Toon Estates, che forniva a ciascun giocatore una casa contenente mobili e arredi da sistemare a piacere, un catalogo di nuovi arredi da cui acquistare e la possibilità di invitare altri giocatori nella propria casa.
La parte più interessante di tutta la storia viene ora, ed è il modo escogitato dagli utenti per scavalcare le restrizioni utilizzando la nuova feature: la creazione di un vero e proprio protocollo di comunicazione per scambiarsi i codici segreti utilizzando la disposizione dei mobili nella casa. Cito direttamente l’esempio dal saggio di Farmer:

User A:”Please be my friend.”
User A:”Come to my house?”
User B:”Okay.”
A:[Move the picture frames on your wall, or move your furniture on the floor to make the number 4.]
A:”Okay”
B:[Writes down 4 on a piece of paper and says] “Okay.”
A:[Move objects to make the next letter/number in the code] “Okay”
B:[Writes...] “Okay”
A:[Remove objects to represent a "space" in the code] “Okay”
[Repeat steps as needed, until...]
A:”Okay”
B:[Enters secret code into Toontown software.]
B:”There, that worked. Hi! I’m Jim 15/M/CA, what’s your A/S/L?”

Tutta questa storia può insegnare a mio parere due verità:

  • Non importa quante restrizioni vengano poste: la comunicazione troverà sempre qualche via alternativa. Oppure, in caso contrario, il mondo virtuale semplicemente finirà per estinguersi.
  • Gli utenti sono spesso molto più furbi degli sviluppatori, perché sfruttano in maniera inaspettata delle funzioni pensate per altri scopi.

Chiudo con l’ultima citazione dal saggio di Farmer, che ben riassume l’intero post:

By hook, or by crook, customers will always find a way to connect with each other.

Tooth Fairy

Tuesday, July 10th, 2007

The tooth fairy teaches children that they can sell body parts for money.

David Richerby

Una data interessante…

Saturday, July 7th, 2007

07/07/07, 07:07

Ho programmato la pubblicazione di questo post mesi fa, per evitare di dimenticarmelo ;)