Archive for the 'batteria' Tag

La costante Carlton

Friday, March 27th, 2009

Ormai gli spettacoli di Larry Carlton al Blue Note sono diventati quasi un appuntamento fisso.

Quest’anno ammetto di essere stato indeciso: dati i prezzi fuori misura del Blue Note ogni concerto va scelto con cura meticolosa, e Larry l’avevo già visto due o tre volte.
Beh, sono contento di aver deciso di andare, alla fine. Un chitarrista che suona per più di un’ora senza annoiare mai è una perla rara.

Altra ragione – a posteriori – per andare al concerto: Gene Coye. Non capita spesso che un batterista sconosciuto mi lasci a bocca aperta come è successo ieri sera. Una timing e una precisione quasi imbarazzanti. Carlton ha la vista lunga anche quando si tratta di scegliersi i collaboratori, evidentemente ;)

The Jackals live @ Legend54

Sunday, January 25th, 2009

E’ un bel po’ che non parlo dei miei gruppi musicali su questo blog, ma la serata di ieri con i Jackals merita un post.

Per cominciare, il pubblico: dopo un paio di deprimenti serate in locali popolati solo da una dozzina di temerari, finalmente un gruppo di persone numeroso, che canta, balla e batte le mani a tempo. Persino dalla mia postazione trincerata dietro i fusti della batteria la partecipazione del pubblico si sentiva in maniera palpabile.

Incontrare poi, a fine concerto, uno spettatore che ringrazia perché gli è sembrato di ringiovanire di 20 anni è l’epitome dei motivi che spingono a salire su un palco, nonostante delusioni e difficoltà. Ammetto che sia retorico, ma è così.

In secondo luogo, il locale. Il Legend54 prometteva bene, ma si è rivelato addirittura al di sopra delle aspettative. Impianto audio/luci completissimo, batteria ottima e completamente microfonata, fonico professionale e attento – così come anche le ragazze al bancone del bar. E finalmente un soundcheck fatto come Dio comanda (anche se durante il concerto i volumi delle spie erano completamente diversi :P).

Tanto di cappello anche ai The Flights, che hanno suonato prima di noi e che hanno un gran tiro.

Per finire, nota scientifica. Foll ha misurato con WideNoise per iPhone la rumorosità del concerto: abbiamo trasformato il Legend in un’area T-Rex noise (credo avvicinandoci a fondo scala :D). Rock on!

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Drummeria @ Blue Note

Friday, November 28th, 2008

Quello della Drummeria è uno spettacolo difficile da definire. Alla base c’è quello che tutti possono vedere: 5 batterie che suonano insieme su un palco. La vera bellezza dello spettacolo sta però nel vedere come suonano, si divertono, intrattengono, costruiscono e sorprendono i 5 batteristi che la compongono. Ed è anche in un certo senso la rivincita della batteria nei confronti di chi la vede come strumento facile, non melodico, di contorno.

I 5 componenti sono Ellade Bandini, Walter Calloni, Maxx Furian, Christian Meyer e Paolo Pellegatti. Nomi non particolarmente noti fuori dall’ambiente dei musicisti – 3 di loro non sono neanche su Wikipedia! – ma che giocano un ruolo primario nel presente e nel passato della batteria.

“Giocano”, a pensarci bene, è anche una descrizione perfetta di ciò che propongono sul palco. Un gioco che diverte sia gli artisti che il pubblico.

Lo spettacolo è un alternarsi di siparietti comici e pezzi suonati tutti insieme, più un assolo per ognuno dei cinque. Tra i soli, mi ha molto colpito quello di Maxx Furian (che non conoscevo): tecnicamente ineccepibile, musicale, pulito e fulminante. Menzione d’onore anche per Meyer, anche se ormai la sua bravura mi è nota al punto che mi sentirei ripetitivo a lodarlo ancora :D

I siparietti sono divertenti, ma a volte piuttosto mosci: si vede che c’è dietro più improvvisazione che non pianificazione. Diciamo che la parte comica dello spettacolo si regge sulla simpatia dei cinque e su un meccanismo di risata contagiosa – perché loro sembra che sul palco si divertano un mondo.

I pezzi d’insieme sono senza dubbio il vero valore della Drummeria. Oltre ad essere piacevoli da vedere e da sentire – non così scontato – sono la dimostrazione che è possibile reinventare la batteria e il ruolo del batterista nella musica moderna occidentale. Mica poco, direi ;)

Grazie per la splendida serata

Saturday, June 14th, 2008

Ieri sera ho suonato con il gruppo al Black Crow. E’ stato un bel concerto, e colgo l’occasione per ringraziare tutti gli amici che sono venuti a vederci.

La parte più gratificante della serata, però, è inaspettatamente giunta quando dei ragazzi che non conoscevo (tra cui un collega batterista) sono venuti a farmi i complimenti per il concerto. Piccole cose che fanno molto piacere ;)

Grazie  a tutti.

Manu Katché

Monday, April 21st, 2008

Settimana scorsa sono andato a sentire Manu Katché al Blue Note.

Katché è un batterista conosciuto, ma non particolarmente famoso. Ha pubblicato una manciata di album a suo nome – degli strumentali piuttosto raffinati – ma soprattutto ha suonato per una quantità impressionante di artisti: ha più di 200 album all’attivo, tra cui spiccano nomi come Sting, Noa, Joe Satriani, Peter Gabriel…

Il concerto è stato piacevole – belli i pezzi, ottimi i musicisti – ma la mia attenzione è stata inevitabilmente rapita dalla performance batteristica. L’aspetto più impressionante del modo di suonare di Manu Katché è la sensazione di naturalezza estrema che riesce a trasmettere: mentre gambe e braccia turbinano nei passaggi più complicati lui è sempre lì, al centro, perfettamente padrone della situazione. A volte sembra quasi che sia fermo.

Il percorso di minima resistenza

Sunday, July 22nd, 2007

Inizialmente, quello che pensavo di scrivere era un post sull’apprendimento e sul percorso di minima resistenza. Riflettendo sullo studio della batteria, mi era venuto in mente come – normalmente – quando decidiamo di intraprendere qualche azione cerchiamo di imboccare il percorso di minima resistenza.
Suonando, ad esempio, utilizziamo quasi sempre le tecniche, i tempi ed i ritmi che conosciamo bene, minimizzando in questo modo lo sforzo richiesto dall’azione. D’altra parte però – ho pensato – i miglioramenti più consistenti vengono quando ci si mette alla prova su qualcosa di mai tentato prima, andando in questo modo consapevolmente incontro ad una resistenza. In questa ottica, quindi, il cammino di minima resistenza porta fondamentalmente all’immobilismo e andrebbe di conseguenza evitato quando possibile.

Mentre cercavo su internet una definizione formale del concetto di minima resistenza, mi sono imbattuto in vari scritti che – parlando tra l’altro di Tao e filosofia orientale – mi hanno fatto sorgere qualche dubbio. Forse il percorso di minima resistenza non è ciò che pensavo io.

Se versiamo dell’acqua su un piano inclinato, questa scorrerà via seguendo la strada che offre minore resistenza. Se costruiamo un circuito elettrico, la corrente seguirà il principio della minima resistenza. Se apriamo due finestre dai lati opposti di una stanza il vento entrerà a far volare via tutto, perché quella è la via che offre la resistenza minore.

E un essere umano che seguisse il principio di minima resistenza, cosa farebbe? E’ probabile che il nostro intuito ci suggerisca come unica soluzione l’immobilismo: visto che molte delle cose che facciamo ci sembrano faticose, viene da pensare che si incontri la minore resistenza non facendo nulla.
Eppure, l’acqua su un piano inclinato sta forse immobile in una pozza? La corrente smette di fluire? Il vento smette di soffiare?
Tutto il contrario: il loro moto naturale prosegue proprio perché seguono il percorso con la minima resistenza.

L’immobilismo (o l’ozio, se preferite) è una soluzione facile solo in apparenza: stare fermi in mezzo ad una folla in movimento è tanto difficile quanto lo è il cercare di correre più veloce della folla o andare in direzione opposta. Il percorso di minima resistenza in questo caso significa fluire con gli eventi, con il mondo, con quello che ci circonda.

Ora mi accorgo di essere andato troppo sull’astratto. Torniamo al punto di partenza: perché lo studio di nuovi esercizi sulla batteria – studio che senza dubbio non è facile – rappresenta in realtà un cammino a bassa resistenza? La risposta era estremamente semplice, tanto che non l’avevo neanche vista, inizialmente: gli esercizi, per quanto ripetitivi e a volte frustranti, erano comunque fonte di soddisfazione. Insomma, la realtà è che li facevo per piacere, altrimenti li avrei direttamente evitati.

A volte basta un piccolo cambio di prospettiva per scoprire cose inaspettate.