Archive for the 'giapponese' Tag

L’albero della conoscenza

Friday, January 2nd, 2009

Ho appena scoperto che “albero”, in giapponese, si dice ki (sakura ki = ciliegio).
E curiosamente la sillaba ki – sia in katakana (キ) che in hiragana (き) – assomiglia proprio ad un albero.

Adoro queste epifanie minimali di significato, quando due nozioni apparentemente slegate si incastrano quasi per caso, per il solo fatto di aver gironzolato abbastanza a lungo nella nostra testa.

Forse il piacere per la conoscenza sta tutto qui, in fondo.

Dennō Coil

Thursday, September 11th, 2008

Boku Satchii!! Megane! Unchi!
Queste espressioni vi resteranno indelebilmente impresse, se deciderete di guardare Dennō Coil.
E dovreste guardarlo, se non altro per aumentare il vostro bagaglio linguistico giapponese ;)

Dennō Coil è a prima vista un anime per bambini. Ma, come molte altre opere dedicate ai bambini, ha il pregio di poter essere apprezzato – per motivi diversi – anche da un pubblico adulto.

Lo sfondo su cui si svolge la storia è quella di un futuro piuttosto prossimo, nel quale tecniche di Augmented Reality permettono la creazione di un mondo virtuale completamente integrato e sovrapponibile a quello reale.

Questo sfondo, fantascientifico ma non troppo, è forse l’aspetto più affascinante di Dennō Coil: spesso, più che un anime, sembra un video concept che tenti di mostrare le possibili interazioni con la tecnologia che vedremo tra dieci o venti anni.

La trama è avvincente quanto basta. Peccato solo per una serie di filler a metà della serie (la vera piaga dell’animazione giapponese) e per alcuni piccoli buchi di sceneggiatura.

Per chiudere, il significato delle espressioni all’inizio del post:

  • Boku Satchii = frase usata da un antivirus a forma di Barbapapà per presentarsi (boku significa “io”/”me”, mentre Satchii è il nome del suddetto antivirus).
  • Megane = “occhiali”
  • Unchi = “cacca”, ovvero come la protagonista più piccola chiama più o meno qualsiasi oggetto animato, inanimato e virtuale :D

Le infinite vie del giapponese

Sunday, December 30th, 2007

Stavo gironzolando sul blog di Massa. Massa (Masahiko Kobayashi) è un giapponese che ha iniziato a studiare l’italiano da autodidatta e che ha avuto l’ottima idea di scrivere, da qualche anno a questa parte, ogni post del suo blog sia in italiano che in giapponese (versione in romaji e versione in kanji). Per quanto ovviamente io non sia in grado di comprendere la parte in giapponese, è utile per ritrovare qualche termine qua e là ;)

Dal suo blog sono finito qua, ovvero su una pagina che presenta alcuni piatti italiani (o aspiranti tali :D). Il titolo della pagina è パパさんのイタリア料理: vista la quantità di Kana, mi è sembrato un ottimo candidato per un tentativo di interpretazione… se vi interessa, vediamolo insieme ;)

I primi due caratteri sono Katakana: la sillaba “ha” (ハ) con il pallino (handakuten) diventa “pa” (パ), quindi “Papà”.

I due caratteri successivi sono Hiragana e rappresentano un termine molto comune: “sa” (さ) + “n” (ん) formano “san”, ovvero “Signore”.

Il carattere seguente è ancora un Hiragana, ma già ad una prima occhiata l’avevo separato istintivamente dal resto (fortunatamente la forma è facile da riconoscere ;)). Si tratta infatti della sillaba “no” (の), che ha la stessa funzione della “s”nel genitivo inglese: indica possesso e potremmo tradurlo con “di”.

I quattro caratteri successivi sono Katakana. La parola che rappresentano dovrebbe esserci estremamente familiare: “i” (イ) + “ta” (タ) + “ri” (リ) + “a” (ア) = “Italia” (non dimentichiamo che in giapponese non esiste una distinzione tra i suoni che noi chiamiamo erre ed elle).

Gli ultimi due caratteri sono naturalmente i più difficili, poiché si tratta di Kanji. Fortunatamente, mi è balzato in mente il termine giapponese per indicare la cucina (nel senso di “cibi tipici”) e ho avuto il sentore che potesse stare bene in una frase del genere. In effetti una breve ricerca ha confermato ciò che avevo sostanzialmente tirato a indovinare: i Kanji 料理 corrispondono alla parola “riyouri” (りょうり), che indica proprio la cucina.

Tirando le somme, potremmo tradurre liberamente il titolo con “La cucina italiana del Signor Paparino”. Non so a voi, ma a me una frase del genere suona davvero terribilmente giapponese :D

Marketing dell’insistenza

Monday, October 29th, 2007

Ho parlato giorni fa di Japanesepod101.com: podcast dedicato allo studio della lingua giapponese con vario materiale didattico annesso.
Mi sono registrato al sito con un account free, per poter accedere facilmente ai podcast: gli account Basic e Premium (a pagamento) richiederebbero troppo tempo per essere sfruttati a dovere.
La registrazione, comunque, dà diritto ad una settimana di prova gratuita dell’account Premium, nella speranza che qualcuno decida di fare il salto alla versione a pagamento.

La cosa che mi ha stupito, durante questa settimana di prova, è stato ricevere praticamente ogni giorno una mail che mi proponeva di passare alla versione a pagamento. Detta così potrebbe sembrare semplicemente una bieca forma di spam – ed in effetti corrisponde piuttosto bene al concetto di posta indesiderata – ma mi ha offerto un’interessante occasione per un studio minimale sul marketing.

Tutte le mail erano firmate direttamente da Peter Galante – il responsabile del sito – senza dubbio nel tentativo di personalizzare il più possibile la comunicazione. Inoltre, ogni mail conteneva username e password a titolo di reminder.

Day 1 – Appena dopo la registrazione, mi arriva una mail chilometrica con una presentazione generale del sito e dei servizi disponibili in prova. Un paragrafo interessante mi informa che, per quanto io possa guardarmi in giro con calma durante la trial, in effetti la maggior parte degli utenti passa alla versione a pagamento addirittura il primo giorno (argomentazione basata sul conformismo: se lo fanno tutti, deve essere giusto).

Day 2 – Nuova mail: se nella precedente Peter mi aveva fornito un’infarinatura generale, in questa è arrivato il momento di mettermi a parte delle funzioni veramente fighe del sito (ovviamente tutte a pagamento).

Day 3 – Sono già passati due giorni e ancora non mi sono deciso a passare alla versione Premium. Fortunatamente, in una nuova mail, il buon Peter dice che comprende i miei problemi di mancanza di tempo e mi suggerisce, già che c’è, qualche feature a pagamento particolarmente interessante.

Day 4 – La prima mail veramente interessante. Inizia con tono stupito, tipo “Accidenti, hai ancora solo 4 giorni di trial e non sei passato alla Premium! Qualcosa non va? Forse non ti arrivano queste mail?”. Giusto per stare sicuri, meglio rinfrescarmi ancora una volta la memoria con le feature più importanti. E per rendere il tutto più interessante, ecco un’offerta speciale valida solo 24 ore: se mi registro per un anno pagherò solo 135$ invece di 180$.

Day 5 – Oddio, sono passate 24 ore e non ho colto l’offerta! Devo essere pazzo! O forse preferisco un abbonamento mensile invece che annuale? Nessun problema: un mese di prova della versione Premium a solo 15$ invece che 25$. Il premuroso Peter mi consiglia anche di cliccare subito il link alla nuova offerta, prima che mi passi di mente.

Day 6 – Ancora niente e la trial sta per finire: a mali estremi, estremi rimedi. Finora si era parlato solo di versione Premium perché è indubbiamente quella che offre la miglior serie di feature, ma per quelli col braccino corto che vogliono spendere di meno c’è anche un abbonamento Basic: solo 8$ al mese. Presto! Prima che scada anche l’ultimo giorno!

Day 7 – Ultimo giorno, in caso non me ne fossi accorto. Beh a questo punto non rimane altro che tirare fuori dal cassetto una insane offer (citazione letterale): un mese di abbonamento Basic a 1$, per guardarmi ancora un po’ intorno. Forza! Solo 24 ore di tempo per un’offerta che non si può rifiutare!

Se da un lato questo stillicidio di mail può risultare fastidioso, non mi stupirei se alla fine servisse egregiamente il suo scopo. Io sono stato piuttosto impermeabile alle offerte, perché già avevo deciso che non mi interessavano (e dopo qualche giorno ero anche curioso di vedere cosa mi avrebbero proposto continuando a non rispondere :P), ma se mi fossi registrato alla trial per valutare effettivamente i servizi a pagamento, penso che avrei trovato il contenuto delle mail interessante.
A parte la tendenza spammatoria, mi lascia qualche dubbio solo la lunghezza delle mail (eccessiva), la scelta di ripetere ogni volta username e password (potenzialmente insicuro) e l’offerta ad 1$: l’avrei anche accettata, ma a questo livello più che i soldi il problema è la fatica che si deve fare per inserire la carta di credito ed effettuare la transazione ;)

Matane!

Biru Biru

Sunday, October 14th, 2007

Ho sempre avuto qualche perplessità riguardo i Podcast: è indubbiamente attraente la possibilità di ascoltarli mentre si va in giro, ma i livelli di rumore medi di una città mi sembrano francamente incompatibili con l’ascolto attento che questi richiederebbero.

Nell’ultimo periodo, comunque, ho sviluppato un percorso tattico tra la metro e l’ufficio in modo da minimizzare il rumore (pur mantenendo basso il tempo di percorrenza :D) e ho quindi deciso di provare l’ascolto di qualche podcast.
Dal momento che il mio iPod è stato acquistato in Giappone, quale scelta migliore che non i podcast di Japanesepod101.com?

I podcast in questione sono delle brevi lezioni di giapponese e apparentemente sono molto ben fatti. Sulla loro effettiva utilità nell’apprendimento di una lingua non sono in grado di pronunciarmi, ma di sicuro i pochi che ho ascoltato finora sono stati fonte di spunti interessanti. A parte alcune conferme su teorie linguistiche che avevo elaborato in Giappone o raccolto qua e là per la rete, ho scoperto cosa significa biru (ビル) – e, incidentalmente, quanto sia importante la pronuncia per distinguerlo da biiru (ビール), ovvero birra :D.

Ora, biru è in realtà l’abbreviazione di birudingu (ビルディング): se leggete alla giapponese questa parola (che sembra provenire da un dialetto africano :D) capirete subito che si tratta del termine inglese building. In effetti biru deriva dall’inglese e significa proprio “palazzo”.

Dopo questa chilometrica intro, qual è il vero succo del post?
Il fatto è che, appena ho sentito pronunciare biru nel podcast, mi è saltato in mente il biru biru, quel curioso tamagotchi umano creato da Claudio Bisio per un’edizione di Mai dire Gol di tanti anni fa. Pensare a Bisio che (suppongo inconsapevolmente) urla “palazzo palazzo!” durante una trasmissione televisiva mi ha fatto sorridere per tutta la durata del podcast :D

Nihon no anime – ni

Thursday, April 26th, 2007

Finita la tesi, sono riuscito a mettermi a pari con alcuni anime che dovevo vedere: sommerso da una valanga di giapponese, quindi, non ho potuto fare a meno di scrivere un nuovo post sull’argomento :D

La maggior parte delle nuove parole vengono da NHK, un gran bell’anime di cui forse parlerò in futuro.
Partiamo dall’acronimo: il significato più comune (non l’unico…) dato nell’anime è Nihon Hikikomori Kyokai. Kyokai significa “corporazione”, “società”, mentre Nihon significa naturalmente “Giappone”. In effetti l’acronimo è la parodia di quello che indica la TV di stato giapponese: Nihon Hoso Kyokai ovvero Japan Broadcasting Corporation.

Hikikomori è un termine che merita maggiore attenzione: non solo è centrale per lo sviluppo dell’anime, ma è anche fondamentalmente intraducibile. Letteralmente significa “stare in disparte”, “isolarsi” e viene utilizzato per indicare quelle persone (solitamente adolescenti o giovani) che si isolano dal mondo e rifiutano ogni contatto sociale, chiudendosi di conseguenza in casa per mesi o anni.

Un altro termine da NHK è maguro. Non che venga ripetuto molto spesso, ma deve aver risvegliato nella mia mente il ricordo di qualche ristorante giapponese. Maguro significa “tonno”: ora potrete sfoggiare una nuova consapevolezza la prossima volta che ordinerete un maguro maki :D

Vediamo ora un paio di parole che molti sicuramente conoscono: le cito ora perché dopo NHK credo finalmente di riuscire a non confonderle più tra di loro. :P Shoujo significa “ragazza” e per estensione indica anche tutta la produzione manga/anime orientata al pubblico femminile. Bishoujo significa “bella ragazza” e si riferisce stavolta ai personaggi piuttosto che al pubblico: il target in questo caso è più che altro maschile. Per parcondicio citiamo anche Shounen (“ragazzo”) che è il corrispettivo maschile di shoujo. A questo punto, poi, non è difficile indovinare il significato di bishounen ;)

Chiudiamo la carrellata da NHK con kamisama, il termine utilizzato in giapponese per indicare “Dio” o generalmente “divinità”. Nella mia ignoranza, mi sembra estremamente nipponico il fatto che a dio ci si rivolga con la massima deferenza, usando il suffisso ~sama. In kanji, kami-sama è composto dal simbolo 神 (“spirito” o ancora “divinità”) e dal simbolo 様 (l’onorifico sama, appunto). La cosa interessante è che il primo dei due kanji lo ritroviamo anche in 死神 (shinigami), un termine che sarà molto familiare a chiunque abbia seguito qualche puntata di Bleach e che significa “dio della morte”. Torna tutto! Sono quasi commosso :D

Direttamente dal delirante FLCL arriva infine mayuge, ovvero “sopracciglia”. Non una parola di uso prettamente comune, ma nel contesto dell’anime assolutamente centrale. Tra parentesi: le suddette sopracciglia in FLCL sono state realizzate scannerizzando una nori (alga giapponese, tanto per tornare ai maki :D).

Il titolo di questo post non è difficile da decifrare, visto che è identico a quello di un post precedente sull’argomento. Unica aggiunta: ni, ovvero “due” ;)

Alla ricerca del giapponese perduto

Thursday, October 26th, 2006

Nell’anime di Project Arms una frase topica, che ricorre molto frequentemente, è “Se è il potere che desideri… lo avrai”. Poiché mi sembrava una frase piuttosto facile, ho pensato che sarebbe stato un ottimo caso di lingua giapponese da analizzare. Così l’ho ascoltata qualche volta, provando a trascriverla in romajii: col senno di poi ci ero anche andato abbastanza vicino, ma la trascrizione era talmente piena di piccole imprecisioni da non corrispondere a nessuna regola giapponese sensata :P

Project Arms

Fortunatamente, la frase non viene solo pronunciata, ma anche scritta: 力が欲しいのなら…くれてやる!!
Il primo carattere sembra il katakana corrispondente al suono ka. Tuttavia le stesse linee indicano anche un kanji piuttosto semplice che significa chikara (“potere, forza”) ed è in questa accezione che ci interessa. Il secondo carattere è semplicemente la lettera ga (in hiragana).
Il terzo carattere è quello che mi ha dato più problemi: è chiaro che non può essere un kana, ma deve essere un kanji, purtroppo non semplice come “力”. Il kanji compariva in un filmato, quindi non potevo certo copiarlo e incollarlo in google. Cercarlo a mano, poi, sarebbe stata un’impresa, visto che anche solo i kanji considerati di uso corrente sono circa 2000…

Ci sono voluti giorni di ricerche, prima che riuscissi a individuare il kanji incriminato, ovvero 欲. Inizialmente pensavo si trattasse di 谺, ma a quanto pare solo l’altro kanji ha senso. L’insieme dei tre caratteri 欲しい, infatti, si legge hoshii, un aggettivo che significa “desiderato” e che corrisponde alla costruzione giapponese per dire che si vuole qualcosa (ad esempio, kuruma ga hoshii desu significa “voglio una macchina”).
I caratteri rimanenti si leggono no nara ed indicano la forma condizionale.

La frase successiva è decisamente più semplice: tutti i caratteri sono hiragana, corrispondenti al romaji kurete yaru. Kureru significa “ricevere”, yaru significa “fare”… e una dozzina di altre cose :P A quanto pare, comunque, l’espressione kurete yaru implica il concetto di dare qualcosa a qualcuno (kureteyaru – tutto attaccato – è anche un verbo, che significa “dare”).

Alla fine quindi abbiamo Chikara ga hoshii no nara… kurete yaru!! ovvero “Se è il potere che desideri… lo avrai!!”.

Interessanti variazioni sul tema che si incontrano nell’anime sono Hikari ga hoshii no nara (“Se è la luce che desideri…” poichè hikari = “luce”) e Chikara hoshii ka (“Desideri il potere?”, usando la particella interrogativa ka)