Archive for the 'libri' Tag

Nessun Neverwhere

Tuesday, January 20th, 2009

Neverwhere è un romanzo di Neil Gaiman. Ma è anche una serie televisiva inglese (sempre di Gaiman). Contrariamente a ciò che avviene di solito, la serie televisiva precede il libro: in effetti il romanzo è stato, per Gaiman, un modo per non abbandonare tutte le parti della sua sceneggiatura che erano state tagliate per esigenze televisive.

Il libro è molto divertente e ben scritto: Gaiman si conferma una garanzia.

La serie televisiva è, invece, una discreta schifezza. Anche tenendo conto che porta sul groppone più di 10 anni, la si può salvare solo per quell’affetto che si prova verso chi fa qualcosa con pochi mezzi e tanta buona volontà. E per l’accento deliziosamente british dei protagonisti, ovviamente :D

Mentre mi godevo il libro (e sopportavo la serie tv), mi sono più volte chiesto come si sarebbe potuto tradurre il titolo, “Neverwhere”. La versione italiana del libro si intitola “Nessun dove”: scelta perfettamente comprensibile – a me non è venuto in mente di meglio – ma fondamentalmente sbagliata.

I termini nessuno + dove costituiscono un neologismo che evoca l’immagine di un non-luogo, evocando soltanto una dimensione spaziale.
L’accoppiata never + where, invece, contiene sia un elemento spaziale (where) che uno temporale (never): molto più interessante!

La parte curiosa, però, arriva adesso. A pensarci bene, nessundove ha già una sua traduzione letterale in inglese, senza scomodare il neologismo di Gaiman: nowhere. Nessun + dove = no + where.
Ancora meglio: se proviamo a fare il percorso all’inverso partendo da nowhere, ci accorgiamo che non esiste una parola italiana che ne sia la traduzione. Possiamo dire “in nessun luogo”, “da nessuna parte”, ma non possiamo condensare il tutto in una singola parola. Se potessimo, sarebbe ovviamente nessundove.

Quindi, non solo in italiano non abbiamo un neverwhere. Non abbiamo nemmeno un nowhere!
O, quantomeno, io non l’ho trovato da nessuna parte ;)

Geografia fantasy

Monday, September 1st, 2008

Leggendo The Hobbit ho avuto una sorta di illuminazione. Le mappe non servono a niente.

Mi spiego. La maggior parte dei fantasy della “vecchia scuola” si svolgono secondo il radicato cliché del viaggio avventuroso: parti dal punto A per arrivare al punto B e nel frattempo attraversi il bosco C, ti riposi nel castello D e squarti il mostro E.

Ognuno di questi viaggi segue un percorso, che potrebbe essere tracciato con precisione su una mappa. In effetti, molti libri fantasy si aprono con una mappa della zona in cui si svolge l’avventura.

Ora, secondo me questa mappa non serve a nulla.
Non solo: la mia sensazione è che le stesse indicazioni geografiche che costellano la storia vengano bellamente ignorate dalla maggior parte dei lettori. Il bosco C era ad est o a ovest delle montagne F? Come mai i personaggi stanno andando verso Nord, se 100 pagine fa ero convinto che la meta fosse a sud-est?

Il fatto è che le indicazioni sono (1) quasi sempre inessenziali e (2) un carico cognitivo che porta benefici scarsi o nulli. Gli stessi motivi per cui non ci si ricorda quasi mai di un percorso fatto in auto mentre guidava qualcun altro: si arriva a destinazione indipendentemente dall’attenzione posta alla strada percorsa, quindi tanto vale concentrarsi su altri particolari. Come la signora col cappello buffo nell’auto a fianco. O quella coda di drago che spunta da dietro una curva.

A fish!

Saturday, June 7th, 2008

In the Second Scroll of Wen the Eternally Surprised a story is written concerning one day when the apprentice Clodpool, in a rebellious mood, approached Wen and spake thusly:
‘Master, what is the difference between a humanistic, monastic system of belief in which wisdom is sought by means of an apparently nonsensical system of questions and answers, and a lot of mystic gibberish made up on the spur of the moment?’
Wen considered this for some time, and at last said: ‘A fish!’
And Clodpool went away, satisfied.

Terry Pratchett – Thief of Time

La scomparsa dei fatti

Saturday, March 1st, 2008

Image of La scomparsa dei fattiHo letto La scomparsa dei fatti di Marco Travaglio, visto che mi è stato regalato.

Sottolineo il fatto che mi sia stato regalato perché – fosse dipeso da me – probabilmente non l’avrei mai neanche aperto. Così come La Casta di Rizzo e Stella, questo di Travaglio rientra nel novero dei libri la cui lettura risulta maledettamente dolorosa: ogni volta arrivo alla fine sopraffatto da un senso assoluto di disperazione, intesa nell’accezione etimologica di “perdita di ogni speranza”.

Nonostante tutto, una volta iniziato il libro, l’ho divorato in due giorni. Non solo è ben scritto, ma ciò che racconta riesce ad essere talmente assurdo e agghiacciante da generare una sorta di spinta morbosa ad andare sempre avanti, una specie di suspense che sprona a proseguire per vedere quale sarà la prossima nefandezza nella lista.

E’ un libro che consiglierei? Non lo so. Da un lato non posso liberarmi dalla sensazione che sia importante conoscere i fatti di cui parla, ma dall’altro sono sempre più convinto che queste denunce non servano a nulla, nelle acque paludose della politica e dell’informazione italiane.
Se avete bisogno di un libro che vi spinga all’espatrio, però, è perfetto :D

La grammatica di Dio

Saturday, December 1st, 2007

Una decina di giorni fa ho preso una decisione: La grammatica di Dio sarebbe stato l’ultimo libro di Stefano Benni che avrei comprato a scatola chiusa.

Da quando – ormai ben più di 10 anni fa – rimasi fulminato dalla Compagnia dei Celestini, ho divorato tutta la bibliografia di Benni su cui sia riuscito a mettere le mani (ovvero tutto a parte le liste della spesa, direi :P). Da qualche anno, però, l’idillio ha iniziato ad incrinarsi.

Non saprei dire che dei due abbia la colpa e probabilmente chiederselo non ha neanche senso: in tutti questi anni è cambiata la sua scrittura ma sono cambiate anche le mie letture. Lo stile di Benni pare molto incupito negli ultimi tempi: più acido e disperato, meno immaginifico e comico.
Margherita Dolcevita, penultima opera pubblicata, mi ha lasciato piuttosto indifferente, ed era solo l’ultimo di una serie di libri che non avevo certo amato alla follia

Eccoci quindi tornati alla Grammatica di Dio. Un libro di racconti brevi, di “storie di solitudine e allegria”, come recita il sottotitolo.
Solitudine ce n’è tanta, allegria poca, ma tutto sommato direi che il Lupo non ha ancora mollato il colpo. Forse più cupo e cinico, ma sempre perfettamente a segno su qualche nervo scoperto dell’umana condizione. Forse meno ricco di trovate immaginare e assurde, ma con il classico nero umorismo che serpeggia tra le pagine.

Evitando di elevare troppo le mie aspettative sono riuscito a trovarlo godibile. Direi che non sarà il mio ultimo acquisto per quanto riguarda Benni ;)

Le tre stimmate di P. K. Dick

Tuesday, June 19th, 2007

Le tre stimmate di Palmer Eldritch è un libro che ho letto un bel po’ di tempo fa. Perché ne parlo ora?

Ho letto un post di Massimo Morelli sull’argomento e devo dire che ha espresso tutte le idee che mi frullavano in testa su questo romanzo e su Dick in generale. Finora non ero riuscito bene a metterle a fuoco, ma ora ho l’impressione di averle un po’ più chiare.

La scrittura di Dick non è bella: non è scorrevole, è spesso involuta e indecifrabile, lascia moltissimi sottintesi e salta da un punto all’altro senza avvisare il lettore. Però la cosa straordinaria è che sotto questa scrittura tutto sommato grezza si nascondono sempre delle idee geniali: qualcosa che risuona con i dubbi, le fantasie e le paure del lettore. Qualcosa che apre orizzonti fino ad allora soltanto percepiti con la coda dell’occhio. E anche qualcosa che rappresenta bene o male una sfida al lettore: riesci a comprendere? Riesci a vedere la realtà nascosta dietro il gioco di specchi? Riesci a dipanare la matassa che si arrotola su sé stessa da una pagina all’altra del libro?

La casta

Sunday, June 10th, 2007

Image of La casta

Ci sono libri che risulta faticoso leggere. Non perché non siano ben scritti, ma perché il contenuto è in qualche modo doloroso per il lettore. La casta è uno di questi libri: un viaggio allucinante tra i costi della politica italiana, la crescita sproporzionata dei partiti, le follie che si può permettere chi esercita il potere e soprattutto il senso di soffocamento dato da una realtà dalla quale – lo si percepisce – non c’è modo di uscire.

Il sottotitolo chiarisce tutto: così i politici italiani sono diventati intoccabili. Gli unici che potrebbero cambiare le cose sono esattamente coloro che non hanno alcun interesse a cambiarle. Tutti gli altri, ormai, non possono più fare niente, contro una casta che ha passato anni ad accumulare privilegi e potere, rendendo la propria posizione praticamente inattaccabile.

Sarei felicissimo di sbagliarmi, ma penso che la prova della correttezza delle tesi del libro potremo vederla nella vita italiana di questi giorni: anche dopo la denuncia di Rizzo e Stella non succederà niente. Come al solito.

Guards!

Saturday, September 16th, 2006

The phrase “set a thief to catch a thief” had by this time (after strong representations from the Thieves’ Guild) replaced a much older and quintessential Ankh-Morporkian proverb, which was “Set a deep hole with spring-loaded sides, tripwires, whirling knife blades driven by water power, broken glass and scorpions, to catch a thief”.

Terry Pratchett – Guards! Guards!

Al proprio posto

Monday, June 19th, 2006

Ho appena letto L’uomo in bilico, di Saul Bellow. Il libro in sé mi ha lasciato abbastanza indifferente, ma il tema centrale è interessante. La storia è quella di un uomo che – in attesa della chiamata per entrare nell’esercito – vive per mesi in una sorta di limbo: non ha più un impiego, ma economicamente può contare sul sostegno della moglie che lavora. Si trova quindi in qualche modo libero dai ritmi e dettami quotidiani della società.

Eppure questa esistenza “libera” lo logora, gli aliena la stima dei parenti, lo rende irrequieto, lo allontana dagli amici, al punto che – alla fine del libro – decide di presentarsi spontaneamente al distretto militare, in modo da rientrare finalmente negli ingranaggi della società (ed in una delle sue istituzioni più rigide, per giunta).

Abbiamo qualche scelta al fatto di vivere in questa società e di adattarci a ciò che ci prescrive? O forse siamo costretti – in qualche modo – ad uniformarci, se non vogliamo vivere come dei reietti?