Archive for the 'linguistica' Tag

Ho scritto t’amo sull’asfalto

Sunday, January 31st, 2010

Qualche giorno fa, sui marciapiedi della mia zona, è comparsa una curiosa scritta.

Ciò che mi ha immediatamente colpito sta nell’ultima riga: due caratteri, <3, a rappresentare un cuore.

Simboli di questo tipo sono caratteristici della comunicazione elettronica e sono figli delle sue limitazioni: un set di caratteri ridotto e una struttura tutto sommato rigida. Queste costrizioni hanno portato, nel tempo, ad unire simboli basilari quali parentesi e segni di interpunzione per rappresentarne altri più complessi, che vanno dal semplice smiley alla più intricata ASCII art.

Ci si aspetterebbe che, liberi dalle limitazioni del formato elettronico, questi espedienti non fossero più necessari. Eppure qualcuno, pur nella libertà concessa da una bomboletta di vernice sull’asfalto, ha pensato comunque di ridursi ai caratteri ASCII per veicolare il suo messaggio.

La cosa mi ha lasciato perplesso, finché non ho realizzato che anche io, nei miei rari messaggi scritti con carta e penna, sono spesso tentato di utilizzare le faccine tipiche dei messaggi digitali. Non è quindi una questione di limitazioni imposte dal medium utilizzato: ormai, per me, quelle faccine hanno un ben preciso significato. E lo stesso vale per quel cuore stilizzato sull’asfalto.

Quella che era nata come approssimazione di un simbolo è diventata simbolo a sua volta.

Tremanda vendetta!

Saturday, July 11th, 2009

Ad occhio il team di localizzazione di Valkyrie Profile per DS ha fatto un lavoro tremAndo… :D

Vendetta, tremanda vendetta

Nessun Neverwhere

Tuesday, January 20th, 2009

Neverwhere è un romanzo di Neil Gaiman. Ma è anche una serie televisiva inglese (sempre di Gaiman). Contrariamente a ciò che avviene di solito, la serie televisiva precede il libro: in effetti il romanzo è stato, per Gaiman, un modo per non abbandonare tutte le parti della sua sceneggiatura che erano state tagliate per esigenze televisive.

Il libro è molto divertente e ben scritto: Gaiman si conferma una garanzia.

La serie televisiva è, invece, una discreta schifezza. Anche tenendo conto che porta sul groppone più di 10 anni, la si può salvare solo per quell’affetto che si prova verso chi fa qualcosa con pochi mezzi e tanta buona volontà. E per l’accento deliziosamente british dei protagonisti, ovviamente :D

Mentre mi godevo il libro (e sopportavo la serie tv), mi sono più volte chiesto come si sarebbe potuto tradurre il titolo, “Neverwhere”. La versione italiana del libro si intitola “Nessun dove”: scelta perfettamente comprensibile – a me non è venuto in mente di meglio – ma fondamentalmente sbagliata.

I termini nessuno + dove costituiscono un neologismo che evoca l’immagine di un non-luogo, evocando soltanto una dimensione spaziale.
L’accoppiata never + where, invece, contiene sia un elemento spaziale (where) che uno temporale (never): molto più interessante!

La parte curiosa, però, arriva adesso. A pensarci bene, nessundove ha già una sua traduzione letterale in inglese, senza scomodare il neologismo di Gaiman: nowhere. Nessun + dove = no + where.
Ancora meglio: se proviamo a fare il percorso all’inverso partendo da nowhere, ci accorgiamo che non esiste una parola italiana che ne sia la traduzione. Possiamo dire “in nessun luogo”, “da nessuna parte”, ma non possiamo condensare il tutto in una singola parola. Se potessimo, sarebbe ovviamente nessundove.

Quindi, non solo in italiano non abbiamo un neverwhere. Non abbiamo nemmeno un nowhere!
O, quantomeno, io non l’ho trovato da nessuna parte ;)

L’albero della conoscenza

Friday, January 2nd, 2009

Ho appena scoperto che “albero”, in giapponese, si dice ki (sakura ki = ciliegio).
E curiosamente la sillaba ki – sia in katakana (キ) che in hiragana (き) – assomiglia proprio ad un albero.

Adoro queste epifanie minimali di significato, quando due nozioni apparentemente slegate si incastrano quasi per caso, per il solo fatto di aver gironzolato abbastanza a lungo nella nostra testa.

Forse il piacere per la conoscenza sta tutto qui, in fondo.

In cerca di un gatto

Saturday, June 28th, 2008

Gironzolavo per caso nei pressi del sito-vocabolario De Mauro Paravia, quando mi sono imbattuto in un’affascinante pagina che raccoglie i 200 lemmi più consultati.

In prima posizione, con mia sorpresa, troviamo “gatto”. Mi incuriosirebbe sapere cosa ha spinto così tante persone a cercarlo (“vieni qui, micio micio micioooo”).

Al secondo posto, l’immancabile meta-ricerca di “vocabolario” (più giù c’è anche “dizionario”).

Tra la quarta e l’ottava posizione abbiamo la conferma dell’esperienza empirica che tutti abbiamo fatto a scuola: sui dizionari si cercano le parolacce.
Secondo il De Mauro, peraltro, la forma più corretta è “fica” e non “figa”. Non si finisce mai di imparare :D

Non mancano ovviamente termini meno consueti come “idiosincrasia”, “pleonastico” o “cogènte”. Colpisce tuttavia la presenza di parole anche molto comuni, segno che non sempre un dizionario si usa per cercare un termine che non si conosce.

Curiosa coincidenza: il duecentesimo (e ultimo) lemma della lista è “disamina”. Perché mi pare curioso? Perché a quanto ho constatato in questi anni il 90% della popolazione italiana è convinto che si dica “disaNiMa” :D

Bestemmie! su Rieducational Channel

Saturday, March 22nd, 2008

Ok, il titolo del post è lievemente urlato, e ammetto di averlo fatto solo per attirare l’attenzione :D

Questo è in effetti uno di quei post che riguardano assurde ed inutili curiosità a cui devo assolutamente dare risposta (siete stati avvisati).
Nello specifico, mi sono sempre chiesto perché il verbo inglese “to swear” abbia il significato di “bestemmiare” e “imprecare”, oltre al classico “giurare, prestare un giuramento”.

Scommetto che state già fremendo dalla curiosità :P

La spiegazione, a quanto sono riuscito a capire, è piuttosto semplice: come conferma un dizionario etimologico, to swear ha in effetti il significato originario di “prestare giuramento”.
I giuramenti – specialmente intorno al 1400, epoca cui si fa risalire il secondo significato di cui ci stiamo occupando – vengono spesso prestati invocando una divinità o una figura sacra: penso che tutti abbiano sentito almeno una volta dire “lo giuro su Dio”, oppure “che Dio mi fulmini se…”.
Da qui in poi, si tratta fondamentalmente di mutare il contesto. Se nel contesto formale di un giuramento queste invocazioni sono accettate, non lo sono però più nel momento in cui cambia il contesto: diventano così bestemmie o imprecazioni.

Un particolare affascinante di questa estemporanea ricerca etimologica è stato scoprire una possibile fonte dell’aggettivo “bloody”. Bloody viene spesso usato dai britannici come aggettivo blandamente spregiativo, ma non nel suo significato primario di “sanguinario” (se frequentate Pratchett, pensate al nome di Bloody Stupid Johnson :D). Una delle possibili origini dell’uso di bloody come imprecazione è ancora una volta di carattere religioso: una contrazione di “By your Lady”, esclamazione diffusa in epoca medievale.

Sapevatelo!

Le infinite vie del giapponese

Sunday, December 30th, 2007

Stavo gironzolando sul blog di Massa. Massa (Masahiko Kobayashi) è un giapponese che ha iniziato a studiare l’italiano da autodidatta e che ha avuto l’ottima idea di scrivere, da qualche anno a questa parte, ogni post del suo blog sia in italiano che in giapponese (versione in romaji e versione in kanji). Per quanto ovviamente io non sia in grado di comprendere la parte in giapponese, è utile per ritrovare qualche termine qua e là ;)

Dal suo blog sono finito qua, ovvero su una pagina che presenta alcuni piatti italiani (o aspiranti tali :D). Il titolo della pagina è パパさんのイタリア料理: vista la quantità di Kana, mi è sembrato un ottimo candidato per un tentativo di interpretazione… se vi interessa, vediamolo insieme ;)

I primi due caratteri sono Katakana: la sillaba “ha” (ハ) con il pallino (handakuten) diventa “pa” (パ), quindi “Papà”.

I due caratteri successivi sono Hiragana e rappresentano un termine molto comune: “sa” (さ) + “n” (ん) formano “san”, ovvero “Signore”.

Il carattere seguente è ancora un Hiragana, ma già ad una prima occhiata l’avevo separato istintivamente dal resto (fortunatamente la forma è facile da riconoscere ;)). Si tratta infatti della sillaba “no” (の), che ha la stessa funzione della “s”nel genitivo inglese: indica possesso e potremmo tradurlo con “di”.

I quattro caratteri successivi sono Katakana. La parola che rappresentano dovrebbe esserci estremamente familiare: “i” (イ) + “ta” (タ) + “ri” (リ) + “a” (ア) = “Italia” (non dimentichiamo che in giapponese non esiste una distinzione tra i suoni che noi chiamiamo erre ed elle).

Gli ultimi due caratteri sono naturalmente i più difficili, poiché si tratta di Kanji. Fortunatamente, mi è balzato in mente il termine giapponese per indicare la cucina (nel senso di “cibi tipici”) e ho avuto il sentore che potesse stare bene in una frase del genere. In effetti una breve ricerca ha confermato ciò che avevo sostanzialmente tirato a indovinare: i Kanji 料理 corrispondono alla parola “riyouri” (りょうり), che indica proprio la cucina.

Tirando le somme, potremmo tradurre liberamente il titolo con “La cucina italiana del Signor Paparino”. Non so a voi, ma a me una frase del genere suona davvero terribilmente giapponese :D

Biru Biru

Sunday, October 14th, 2007

Ho sempre avuto qualche perplessità riguardo i Podcast: è indubbiamente attraente la possibilità di ascoltarli mentre si va in giro, ma i livelli di rumore medi di una città mi sembrano francamente incompatibili con l’ascolto attento che questi richiederebbero.

Nell’ultimo periodo, comunque, ho sviluppato un percorso tattico tra la metro e l’ufficio in modo da minimizzare il rumore (pur mantenendo basso il tempo di percorrenza :D) e ho quindi deciso di provare l’ascolto di qualche podcast.
Dal momento che il mio iPod è stato acquistato in Giappone, quale scelta migliore che non i podcast di Japanesepod101.com?

I podcast in questione sono delle brevi lezioni di giapponese e apparentemente sono molto ben fatti. Sulla loro effettiva utilità nell’apprendimento di una lingua non sono in grado di pronunciarmi, ma di sicuro i pochi che ho ascoltato finora sono stati fonte di spunti interessanti. A parte alcune conferme su teorie linguistiche che avevo elaborato in Giappone o raccolto qua e là per la rete, ho scoperto cosa significa biru (ビル) – e, incidentalmente, quanto sia importante la pronuncia per distinguerlo da biiru (ビール), ovvero birra :D.

Ora, biru è in realtà l’abbreviazione di birudingu (ビルディング): se leggete alla giapponese questa parola (che sembra provenire da un dialetto africano :D) capirete subito che si tratta del termine inglese building. In effetti biru deriva dall’inglese e significa proprio “palazzo”.

Dopo questa chilometrica intro, qual è il vero succo del post?
Il fatto è che, appena ho sentito pronunciare biru nel podcast, mi è saltato in mente il biru biru, quel curioso tamagotchi umano creato da Claudio Bisio per un’edizione di Mai dire Gol di tanti anni fa. Pensare a Bisio che (suppongo inconsapevolmente) urla “palazzo palazzo!” durante una trasmissione televisiva mi ha fatto sorridere per tutta la durata del podcast :D